Nei rapporti tra imprese, il contratto non serve solo a descrivere una fornitura o una prestazione. Serve anche a disciplinare tempi di pagamento, modalità di fatturazione, consegna, contestazioni, interessi, responsabilità e procedure da seguire in caso di inadempimento.
Il tema dei ritardi nei pagamenti nelle transazioni commerciali è particolarmente concreto. Un pagamento tardivo può creare tensioni di liquidità, ritardare il pagamento dei fornitori, compromettere la programmazione fiscale e rendere più difficile la gestione ordinaria dell’impresa. Per questo le clausole contrattuali sui pagamenti non dovrebbero essere trattate come formule standard.
Il Decreto Legislativo 9 ottobre 2002, n. 231 disciplina la lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali. Le disposizioni si applicano ai pagamenti effettuati come corrispettivo in una transazione commerciale e definiscono le transazioni commerciali come contratti tra imprese, o tra imprese e pubbliche amministrazioni, che comportano la consegna di merci o la prestazione di servizi contro il pagamento di un prezzo.
Per il primo semestre 2026, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha comunicato che, ai sensi dell’articolo 5 del D.Lgs. 231/2002, il tasso di riferimento per il periodo 1° gennaio – 30 giugno 2026 è pari al 2,15%. Questo dato è rilevante perché entra nel calcolo degli interessi moratori dovuti in caso di ritardo nei pagamenti nelle transazioni commerciali.
Dal punto di vista operativo, però, il tasso è solo un pezzo del problema. Prima ancora di arrivare al calcolo degli interessi, bisogna capire se il contratto indica chiaramente quando il pagamento deve avvenire, da quale data decorrono i termini, se la fattura viene emessa al momento della consegna o in un momento successivo, quali documenti provano l’esecuzione della prestazione e come devono essere gestite eventuali contestazioni.
Un contratto scritto male può rendere più difficile recuperare un credito. Se non sono chiari l’oggetto della prestazione, il prezzo, il termine di pagamento, le modalità di consegna, l’accettazione del servizio o il momento in cui la prestazione si considera completata, il debitore può avere più spazio per sollevare contestazioni. Anche una fattura corretta può non bastare, se manca una documentazione coerente del rapporto contrattuale.
Per il creditore, la gestione del contratto dovrebbe essere coordinata con la gestione amministrativa. Ordine, preventivo, conferma, contratto, DDT, SAL, verbale di consegna, fattura, sollecito e corrispondenza dovrebbero essere conservati in modo ordinato. In caso di ritardo, la qualità della documentazione può incidere sulla forza della richiesta di pagamento.
Per il debitore, invece, il controllo dei termini di pagamento serve a evitare accumuli di debiti commerciali e contestazioni. Un’impresa che paga sistematicamente in ritardo può compromettere il rapporto con i fornitori, peggiorare la propria reputazione commerciale e generare costi ulteriori. Il debito verso fornitori non è solo una voce contabile: è un indicatore della tenuta finanziaria dell’impresa.
Il contratto dovrebbe quindi prevedere clausole chiare su scadenza del pagamento, modalità di fatturazione, interessi in caso di ritardo, eventuali sospensioni della fornitura, contestazioni, termini per sollevare rilievi, foro competente o strumenti alternativi di gestione della controversia, se pertinenti. Naturalmente ogni clausola deve essere costruita in base al tipo di rapporto, alla forza contrattuale delle parti e alla natura della prestazione.
Il D.Lgs. 231/2002 non deve essere letto come una norma da considerare solo quando il credito è già scaduto. È uno strumento da tenere presente già nella fase di redazione del contratto, perché aiuta a dare disciplina economica al rapporto commerciale.
Un buon contratto commerciale non elimina ogni rischio di insoluto, ma riduce le ambiguità. Nei rapporti tra imprese, la chiarezza sui pagamenti è parte della gestione aziendale. Scrivere bene le clausole significa tutelare il credito, migliorare la documentazione e ridurre il rischio di conflitti successivi.
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